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Le filiere integrate fanno il Paese resiliente

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Covid-19 ha messo in luce le rigidità delle filiere globali. Tanto che economisti e imprenditori dibattono oggi sul superamento del modello della globalizzazione in favore della regionalizzazione delle catene del valore. A ribadire che produrre in modo integrato è meglio che esternalizzare, magari all’estero, parte delle attività. Secondo i ricercatori di The European House – Ambrosetti che si sono occupati del tema, dal 1990 al 2008 la quota del commercio di beni sul Pil è cresciuta di 20 punti percentuali come risultato del processo di liberalizzazione e apertura dei mercati. Tuttavia nell’ultimo decennio la quota di commercio si è assestata (nel 2018 è scesa di 6 punti percentuali rispetto al 2011) aprendo un dibattito sul rallentamento della globalizzazione. In tempo di crisi poi avere filiere allungate si è rivelato rischioso per migliaia di aziende che si sono trovate in difficoltà sulla fornitura, ad esempio, durante il primo lockdown.

Cosa possono fare le imprese quindi per sopravvivere nel post covid? Posto che il modello della globalizzazione e dell’offshoring sembra in crisi –  tra il 2014 e il 2018 l’Italia è stato il 2° Paese in Europa per numero di casi di reshoring dietro al Regno Unito – per aumentare la resilienza le piccole e medie imprese dovrebbero puntare sull’evoluzione della filiera nell’ottica della vicinanza geografica e dell’innovazione. Il secondo punto è fondamentale. Le pmi italiane possono infatti sopravvivere nel mercato globale solo se inserite in una sistema in cui la capofila è solida «di dimensioni compatibili con la necessità di investire in ricerca e sviluppo e capace di attrarre forza lavoro qualificata». Ecco perché è necessario puntare sull’integrazione verticale. In breve, le aziende dovrebbero portare all’interno della propria attività un maggior numero di “passaggi intermedi”.

In questo la tecnologia gioca un ruolo strategico: la dematerializzazione delle strutture produttive può contribuire a rafforzare le fasi a maggior valore aggiunto, come la progettazione che oggi può essere efficientata con l’utilizzo dei big data. Centrale anche l’idea di «partnership lungo la filiera». Potenziare la capacità di innovazione degli attori intermedi della catena del valore può contribuire ad aumentare la resilienza dell’intero sistema. L’esempio per eccellenza è l’automotive dove i fornitori di componenti stanno guadagnando rilevanza per il loro accresciuto know how tecnico. Condividere tecnologie e competenze arrivando anche a co-progettare con i fornitori è una delle caratteristiche delle filiere virtuose di domani.


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