NotizieBlogPiano d’azione UE. Integrare obiettivi di sostenibilità nella visione aziendale

Piano d’azione UE. Integrare obiettivi di sostenibilità nella visione aziendale

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In ambito internazionale, nell’ultimo decennio, sono state adottate diverse iniziative per promuovere politiche a sostegno di una economia più ecosostenibile e per sensibilizzare Governi e Istituzioni a questo nuovo tema di portata globale. Si ricorda l’Accordo di Parigi, adottato alla conferenza di Parigi sul clima nel dicembre 2015, con il quale i Paesi partecipanti hanno definito i nuovi obiettivi per il contenimento del cambiamento climatico e per il mantenimento dell’aumento medio della temperatura globale al di sotto dei 2 °C. I Paesi firmatari hanno ratificato l’accordo a livello nazionale e hanno preso l’impegno a perseguire tali obiettivi attraverso i propri Governi, aggiornandosi periodicamente sui risultati conseguiti e da conseguire. Si ricorda anche l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, ossia il programma d’azione sottoscritto dai Paesi membri dell’Onu e avviato nel 2016, con il quale si definiscono degli obiettivi comuni al fine di contrastare determinati fenomeni a livello globale, quali: povertà; ineguaglianza; cambiamenti climatici; diritti umani.

L’Unione Europea, coerentemente con le iniziative intraprese a livello internazionale, ha lanciato il Piano D’Azione 2030, definendo le politiche da trasferire ai propri Paesi membri in modo che si possa perseguire uno sviluppo economico nel lungo periodo in conformità con i nuovi obiettivi concordati sui temi ambientali, economici e sociali. In particolare, il Piano d’Azione discende direttamente dal Green Deal definito dall’Unione Europea, con il quale la Commissione ha delineato le strategie da realizzare nei prossimi 30 anni al fine di contrastare il cambiamento climatico e al fine di rendere l’UE maggiormente inclusiva e attenta ai temi relativi alle disuguaglianze e alla povertà. Per cui, il Piano d’Azione attua in concreto tali strategie e si concentra in particolar modo sulle seguenti azioni da intraprendere:

  • Ridurre di almeno il 40% le emissioni di gas ad effetto serra entro il 2030;
  • Portare la quota di energie rinnovabili ad almeno il 32% rispetto all’energia complessivamente prodotta e consumata dai soggetti economici;
  • Migliorare l’efficienza energetica di almeno il 32.5%.

Per concretizzare tali strategie, l’UE accelererà la transizione verso un modello di crescita sostenibile, adoperandosi a favore del mantenimento del consumo di risorse entro i limiti del pianeta, e dunque facendo il possibile per ridurre i consumi e raddoppiare la percentuale di utilizzo dei materiali circolari nel prossimo decennio. Tutto ciò comporterà una razionalizzazione del quadro normativo, rendendolo adatto ad un futuro in linea con gli obiettivi di sostenibilità prefissati, così garantendo l’ottimizzazione delle nuove opportunità derivanti dalla transizione e riducendo al minimo gli oneri per le persone e le imprese.

Tali interventi avranno un grande impatto sul mondo delle aziende, le quali dovranno adoperarsi per saper accogliere “strategicamente” questo cambio di paradigma nel modo di fare impresa. Il tema che dovranno porre al centro del proprio modello sarà la “circolarità” e la “sostenibilità” del modello di business, in linea con gli obiettivi politici e con le tendenze di mercato. Infatti, la circolarità e la sostenibilità dell’attività d’impresa saranno gli elementi essenziali per perseguire gli obiettivi relativi alla neutralità climatica e al contrasto di quei fenomeni sociali considerati prioritari a livello globale. Allo stesso tempo, saranno gli stessi elementi a determinare dei vantaggi strategici sui mercati di riferimento in quanto consentiranno di ottenere risparmi di materie lungo la catena del valore e lungo i processi di produzione. Per favorire la circolarità dell’industria, la Commissione UE sta introducendo le direttive di attuazione per garantire che siano introdotti i principi di sostenibilità esposti finora e disciplinare i aspetti seguenti:

  • il miglioramento della durabilità, della riutilizzabilità, della possibilità di up-grading e della riparabilità dei prodotti, e l’aumento della loro efficienza sotto il profilo energetico;
  • l’aumento del contenuto riciclato nei prodotti, garantendone al tempo stesso le prestazioni e la sicurezza;
  • la riduzione delle impronte di carbonio, con conseguente riduzione dell’impatto ambientale;
  • la limitazione dei prodotti monouso in plastica e incentivazione dei prodotti compostabili;
  • la promozione del modello “prodotto come servizio”, secondo cui i produttori mantengono la proprietà del prodotto o la responsabilità delle sue prestazioni per l’intero ciclo di vita;
  • un sistema di ricompense destinate ai prodotti in base alle loro diverse prestazioni in termini di sostenibilità, anche associando i livelli elevati di prestazione all’ottenimento di incentivi.

La CSRD, ossia la nuova direttiva in materia di comunicazione societaria in tema di sostenibilità, è strettamente connessa con le strategie e gli interventi messi in atto dall’Unione Europea. Essa va ad ampliare la platea delle aziende che dovranno comunicare le proprie informazioni sul tema, contribuendo ad accrescere la trasparenza nei confronti di investitori e altri stakeholder. Inoltre, viene lasciata l’opportunità alle aziende, che non rientrano nel perimetro di obbligatorietà, di poter rendicontare sulle tematiche di eco-sostenibilità e rendere pubblici i risultati mantenendo comunque la conformità a tale normativa. L’attinenza alle strategie di cui sopra, quindi, è dimostrata dal fatto che le aziende che sapranno intraprendere un percorso incentrato sulla eco-sostenibilità aziendale, a prescindere dall’obbligo normativo, e sapranno comunicarli attraverso un’adeguata rendicontazione e un reporting periodico,  saranno considerate virtuose e potranno ottenere vantaggi in termini economici e finanziari in relazione alle diverse opportunità fornite dalle istituzioni e dai mercati. Prova ne è, ad esempio, l’attuazione dei diversi Recovery plan nazionali dei Paesi Comunitari, che per l’Italia si sostanzia nel PNRR, dove sono previsti sistemi premianti, ma anche importanti controlli in sede di rendicontazione, che si fondano sul principio del DNSH (Do Not Significant Harm, cioè che gli investimenti non abbiano un impatto negativo sull’ambiente eco-sociale di riferimento) secondo i criteri declinati nella Tassonomia ESG e che vengono ripresi anche nella reportistica non finanziaria.

                                                                                                     S CO A – ESG ITALIA


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