NotizieBlogSettimana corta, a che punto sono le sperimentazioni?

Settimana corta, a che punto sono le sperimentazioni?

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La riflessione sui modelli di lavoro del terzo millennio ha subìto un’accelerata dopo un evento sconvolgente come la pandemia. Tanto che centinaia di imprese in tutto il mondo stanno ripensando il modo in cui gestiscono le proprie risorse umane e come viene organizzata l’attività produttiva. In questo scenario si innestano le sperimentazioni legate alla settimana lavorativa di 4 giorni invece dei tradizionali 5. 

In Spagna, ad esempio, 200 imprese hanno aderito ad un progetto pilota che prevede 32 ore di lavoro settimanali, anziché 39, a stipendio invariato. E in Islanda l’esperimento è arrivato a maturità: oggi l’86% degli islandesi ha un contratto che permette di negoziare con il datore di lavoro la possibilità di lavorare 4 giorni su 7. In Portogallo il governo ha lanciato da poche settimane un progetto pilota analogo a cui le aziende potranno aderire entro gennaio 2023. Si tratterà di una sperimentazione di sei mesi per capire l’impatto della settimana breve sul benessere dei lavoratori e sulla produttività. In un secondo momento l’esperimento interesserà anche il settore pubblico. 

E nel nostro Paese? In Italia il dibattito sulla settimana corta lo ha riaperto Intesa Sanpaolo. A metà ottobre la banca ha proposto di introdurre la settimana lavorativa di quattro giorni. La proposta prevede di portare i giorni di lavoro a 4 e alzare da 7,5 a 9 le ore su base quotidiana così da mantenere l’ammontare complessivo delle ore e non toccare la retribuzione. L’idea, ora al vaglio dei sindacati, non è stata ancora formalizzata e comporterebbe una rimodulazione degli accordi sullo smart working.

La palla passa quindi ai sindacati. Le organizzazioni sindacali  hanno fatto sapere di voler compiere gli «approfondimenti e le verifiche anche di natura legale» per «individuare le soluzioni migliori per i colleghi del gruppo». In un documento congiunto a sigla Fabi, First-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca-Uil e Unisin spiegano le loro ragioni. «Il contratto nazionale di lavoro – si legge – definisce il 4×9 (Prestazione lavorativa settimanale articolata su 9 ore per quattro giornate lavorative a parità di stipendio) per tutte le lavoratrici e i lavoratori del nostro settore, ma la banca non lo ha mai voluto utilizzare». Da qui alcune perplessità delle sigle. «È importante chiarire che l’azienda, nella sua proposta, limita la fruizione dello strumento, escludendo a priori l’applicazione per i colleghi della rete e per quelli operativi in turni. L’impostazione dell’azienda crea ulteriori differenze tra i colleghi di rete e quelli di governance. In una platea di 70 mila persone non si devono introdurre elementi divisivi ma lavorare per l’inclusione», rimarcano i sindacati. 


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