Decreto 1° maggio, quali sono le novità per le imprese e i lavoratori

Decreto 1° maggio, quali sono le novità per le imprese e i lavoratori

Incentivi alle assunzioni, salario giusto e welfare aziendale. Il governo ha scelto il primo maggio per varare un provvedimento che tocca tutti i principali nodi del mercato del lavoro. Ma alcune misure aspettano ancora il via libera di Bruxelles.

Sul piatto uno stanziamento complessivo di 934 milioni di euro per attuare un insieme di “disposizioni urgenti” su incentivi alle assunzioni, salari, contratti collettivi, lavoro digitale e welfare aziendale.

Il cuore del decreto sono gli sgravi contributivi per le imprese che assumono a tempo indeterminato. Per chi assume donne considerate svantaggiate entro fine anno, è previsto l’azzeramento totale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per ventiquattro mesi, con un tetto mensile di 650 euro per lavoratrice, che sale a 800 euro per le assunzioni nelle regioni della Zona Economica Speciale del Mezzogiorno. Analogo sgravio del 100% — fino a 500 euro al mese, 650 nelle aree ZES e in crisi — vale per i nuovi contratti stabili di under 35 senza precedenti esperienze a tempo indeterminato.

C’è poi un terzo incentivo, pensato per chi trasforma un rapporto precario in uno stabile: le imprese che entro il 31 dicembre 2026 stabilizzano giovani sotto i trentacinque anni con contratti a termine di breve durata stipulati prima dello scorso 30 aprile potranno accedere agli stessi esoneri. Attenzione, però: tutte le agevolazioni legate alle assunzioni nelle ZES sono subordinate all’autorizzazione della Commissione europea. Le imprese del Sud dovranno aspettare il via libera di Bruxelles prima di poterne usufruire.

Uno degli articoli più discussi del decreto porta nel codice del lavoro italiano il concetto di “salario giusto”, ancorandolo all’articolo 36 della Costituzione che garantisce a ogni lavoratore una retribuzione proporzionata e sufficiente. In pratica, il trattamento economico applicato dalle aziende non potrà scendere sotto i minimi fissati dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative del settore. L’obiettivo dichiarato è colpire i cosiddetti “contratti pirata”: accordi siglati da sigle minori con copertura limitata, spesso usati per abbassare artificialmente il costo del lavoro a scapito dei dipendenti.

La norma introduce anche un meccanismo di adeguamento automatico: se un CCNL rimane scaduto per oltre dodici mesi senza rinnovo, le retribuzioni vengono rivalutate di una quota corrispondente al 30% della variazione dell’indice IPCA, cioè l’inflazione al netto dell’energia importata. Una misura antiinflazionistica che tutela il potere d’acquisto dei lavoratori nei lunghi periodi di stallo contrattuale. Infine, le offerte di lavoro dovranno indicare il contratto applicato e il trattamento economico previsto.

Il decreto premia anche le imprese che investono nel benessere dei dipendenti. Chi ottiene la nuova certificazione UNI/PdR 192:2026 sulla conciliazione vita-lavoro — uno strumento che valorizza smart working, flessibilità oraria, congedi parentali aggiuntivi e supporto ai caregiver — accede a uno sgravio contributivo fino all’1% del monte retributivo complessivo. Benefici analoghi, con un tetto di 50.000 euro annui, spettano alle aziende già in possesso della certificazione di parità di genere, alle quali vengono riconosciute anche agevolazioni commerciali: precedenza nelle fiere internazionali gestite da ICE e accesso gratuito a piattaforme di e-commerce estero.

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